le ciliegie sul tetto
le ciliegie sul tetto

Breve estratto indolore da  "L'unità di misura della paura è il pollice"  uno dei racconti tratti da Dolce in fondo.

Dopo la sera arrivò la notte. Le stelle smisero di cantare la canzone che potevano sentire solo i cani per lasciare  tutto il proscenio alla Luna rosa e ai suoi gorgheggi.

Sotto il piumone Osvado Martini non riusciva a prendere sonno.

<<Francesca, hai sentito?>>

La donna dormiva profondamente, lo si evinceva dal suo russare costante.

<<Francesca, hai sentito?>> chiese nuovamente l’uomo aumentando il proprio tono di voce e scuotendole una spalla con una mano.

<<Che c’è?>> domandò ancora addormentata Francesca.

<<Si sentono dei rumori.>>

<<Scemo, è la Luna che canta. Ormai non ci fa più caso nessuno. Cerca di dormire.>>

<<No. Non è solo la Luna. Si sentono altri suoni,dei rumori dal giardino.>>

<<Sarà Mascella che starà dando la caccia a qualche topo riccio.>>

<<Ti dico che c’è qualcuno.>>

<<Se ci fosse qualcuno Mascella avrebbe già abbaiato. È un cane da guardia eccezionale.>> In effetti Mascella era molto territoriale e non avrebbe permesso a nessuno sconosciuto di avvicinarsi a quelle mura. Eppure Osvaldo era quasi sicuro di avere sentito il rumore di qualcosa di metallico rimbalzare sul cotto toscano che circondava  gran parte del muro perimetrale.

<<Francesca.>>

<<Che cosa c’è ancora?>>

<<Ho sentito un rumore strano come se a qualcuno fossero caduti degli arnesi da scasso.>>

<< Ma è  la Luna, scemo. Lo sanno tutti che si diverte a fare quei rumori strani.>>

<<Mi  è sembra di avere sentito anche una bestemmia subito dopo e non mi risulti che la Luna bestemmi.>>

<<Non l’ha mai fatto ma c’è sempre una primissima volta.>>

L’uomo non si convinse e scese a piedi uniti dal letto centrando perfettamente le pantofole. Aprì guardingo la porta e non ci mise molto a realizzare che la luce al piano di sotto era accesa. Scese con il cuore in gola la scala di marmo, camminò trascinando un po’ i piedi per il piccolo corridoio fino a raggiungere  la porta della cucina  che aprì solo lo stretto necessario per  poter infilarci dentro un occhio. Con immensa sorpresa la porta rispose alla sua azione con una forza contraria ben maggiore facendogli perdere l’equilibrio in avanti. Si ritrovò faccia a terra e la prima cosa che vide da lì furono due vecchi stivali camperos dalla punta consumata.

<<  Persone cattive piene di pregiudizi dicono che noi si  ruba ma tu amico sei ladro molto  più di noi.>> gli dissero quei due stivali. Si sentì afferrare per i capelli e si ritrovò seduto. Davanti  a lui stavano due brutti ceffi, il proprietario dei camperos era un tipo segaligno, sfinito, con quasi tutti i denti foderati d’oro e i capelli lunghi e lucidissimi raccolti in una coda di cavallo. Avrebbe potuto avere sia trent’anni che cinquanta. L’altro era basso , sfatto e aveva i vestiti lerci. La faccia stupida incorniciata da una frangetta unta.

<<Cosa volete da me?>> piagnucolò l’uomo.

<<Tu amico mio sei un  ladro figlio di puttana.>> rispose quello magro mentre si aggirava per la cucina aprendo e richiudendo cassetti.

<<Tu hai qualcosa di nostro.>> aggiunse l’altro, quello più basso.

<<Non so di cosa state parlando.>> si difese Osvaldo.

<<Tu ci hai rubato due cose. Noi le rivogliamo.>>

Due cose? E così, nell’arco di un secondo,  Osvaldo passò dalla  condizione,  tutto sommato agevole, di finto tonto pacifico sopra un pero a quella meno fruttifera e più precipitevole di chi cade siderale dalle nuvole.

<<Mi avrete scambiato per qualcun altro, io non so niente dei vostri lavori, non è che avete sbagliato casa? Qui le case si somigliano tutte.>>

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